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Pazienti Obesità

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I campanelli d’allarme della «chetoacidosi» che può arrivare a uccidere. 

Il bimbo appare spossato e sonnolente, con occhi affossati e pelle flaccida. È disidratato, con la bocca secca, una sete costante e il continuo bisogno di fare pipì. A volte inizia a dimagrire. Tutti campanelli d’allarme riconducibili alla chetoacidosi, una seria complicanza del diabete infantile, che può anche essere fatale perché responsabile di gravi lesioni cerebrali. Una condizione da riconoscere al più presto e gestire al meglio. Per questo la Siedp, Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica, in occasione del suo XX Congresso nazionale (Roma, 25-27 novembre) lancia 2 iniziative ad hoc: da un lato una campagna informativa al via a gennaio nelle scuole e negli ambulatori pediatrici, dall’altra le prima linee guida per i medici e i pronto soccorso. In Italia circa 20 mila under 18 soffrono di diabete di tipo 1, la forma giovanile la cui diffusione è raddoppiata negli ultimi 15 anni, segnalano gli esperti presentando oggi a Milano il summit capitolino.  

 «Promuovere la diagnosi precoce del diabete infantile è indispensabile per evitare che i bambini arrivino in pronto soccorso in condizioni critiche», spiega il presidente della Siedp, Mohamad Maghnie. «Ancora oggi - aggiunge - alcuni muoiono a causa delle lesioni cerebrali, la conseguenza più grave della chetoacidosi». Per questo la campagna informativa, sostenuta da un contributo non condizionato di Bayer HealthCare, si rivolge soprattutto a genitori e insegnanti. Materiale informativo sarà distribuito nelle scuole di tutta Italia e in 10 mila studi pediatrici. «Una chetoacidosi diabetica non riconosciuta tempestivamente e trattata secondo le raccomandazioni delle società scientifiche è ancora causa di morte o di sequele - conferma Gianvincenzo Zuccotti, presidente lombardo della Società italiana di pediatria, Sip - Il coinvolgimento dei pediatri di libera scelta, i primi a vedere il bambino quando non sta bene, e di tutti i pediatri ospedalieri è indispensabile». Puntano invece a informare gli addetti ai lavori, in particolare i camici bianchi in prima linea nelle strutture di emergenza-urgenza, le linee guida sul diabete infantile e la chetoacidosi elaborate dalla Siedp.  

Secondo una ricerca del Gruppo di studio sul diabete infantile della Siedp - condotta su 68 centri di diabetologia pediatrica della Penisola, per un totale di quasi 14.500 bambini, adolescenti e giovani adulti - nel 38,5% degli oltre 2.400 casi di diabete 1 diagnosticati durante l’anno d’indagine, la malattia si è manifestata proprio con una chetoacidosi, anche severa (10,3%, con uno 0,53% di pazienti colpiti da edema cerebrale). Dei piccoli che hanno esordito con questa manifestazione, il 72% è minore di 6 anni.  

«Dopo le prime 2 ore di reidratazione è necessario iniziare la terapia insulinica per via endovenosa, ma non prima di 1,5-2 ore dall’inizio dell’idratazione - raccomanda l’esperta - La velocità e il volume dell’infusione dipendono dallo stato circolatorio: solo in caso di shock sono permessi volumi maggiori, ma sempre per brevi periodi perché la somministrazione troppo prolungata di liquidi è un possibile fattore di rischio per l’edema cerebrale. Nel corso della terapia è sconsigliato l’impiego di bicarbonato, perché dopo il suo utilizzo è stato riscontrato l’insorgere di gravi complicanze, come appunto lesioni cerebrali».  

«Sono stati rilevati dei parametri per evidenziare le situazioni a maggior rischio di sviluppare edema cerebrale», informa ancora Rabbone: «Giovane età, chetoacidosi all’esordio di diabete di tipo 1, lunga durata dei sintomi, chetoacidosi severa, uso di bicarbonato. I sintomi per riconoscere l’edema cerebrale sono cefalea, riduzione del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa, desaturazione e segni neurologici specifici. La prevenzione della chetoacidosi - conclude la specialista - è un fattore chiave per evitare gravi complicanze neurologiche o il decesso». 

Fonte: LaStampa.it