I problemi della Dissociazione

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Pazienti Depressione

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Buongiorno a tutti,

Come specifico nel titolo questo post vuole parlare del disturbo dell'identità dissociata, non so quanti soffrono di questo disturbo o chi ha avuto modo di conoscerlo da vicino. Cerco confronti, non risposte e chiunque voglia dare un contributo o anche solo una riflessione è ben accetto. Ho 28 anni, soffro di questo disturbo e dei disagi che ne conseguono praticamente da tutta la vita, con una forte accentuazione delle "disabilità" dal periodo della adolescenza fino ad oggi. Ho raggiunto una diagnosi solo qualche mese fa. Significa che dopo 20 anni ho finalmente una risposta a tutte le mie domande. O almeno così credevo. Sto realizzando solo ora alcuni aspetti pesanti della mia condizione: la presenza di due personalità, il fatto che sia un disturbo a cui non c'è una reale soluzione, se non l'impegno quotidiano nel trovare strategie per essere funzionali e inseriti nel mondo sociale/lavorativo. Nonostante il materiale reperibile su tale disturbo e il confronto con professionisti del ramo sono le domande semplici dei problemi comuni a crearmi particolare malessere. Ad esempio: come spiego alla mia famiglia questo disturbo e le implicazioni che li riguardano? Come faccio a costruirmi una stabilità lavorativa, soprattutto nell'Italia del 2018? Riuscirò mai ad avere una relazione sana o continuero a chiudermi in una dimensione irreale e violenta? 

Come dicevo all'inizio non cerco risposte ma confronti. 

Grazie 

Inizio della discussione - 02/11/18

I problemi della Dissociazione


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Ciao Frammentata! Senti, io vorrei davvero aiutarti, ma purtroppo, del disturbo dissociativo dell'identità, non ne so molto. Quindi, spinta anche dalla pura curiosità, lo ammetto, vorrei farti delle domande specifiche sulla tua condizione se me lo permetti. Anche perché le risposte che potrei dare alle tue domande dipendono da quanto ne so della tua situazione, e, anche se so che hai chiesto un semplice confronto, vorrei che questo si rivelasse costruttivo per entrambe, perciò devo vedere se quello che ho da dire può essere pertinente o meno. Non voglio andare in giro a dispensare consigli inutili per il piacere di sentirmi ''come Gesù nel Tempio'', penso che ti sia accorta anche nella precedente discussione della mia avversione per i parolai.

Detto questo, quello che mi piacerebbe sapere è: ''tu hai'' quindi più personalità? Se sì, quali? Hanno coscienza l'una dell'altra? Se non hanno una sorta di interconsapevolezza, come ne sei venuta a conoscenza? Come ha fatto la tua famiglia a non accorgersi di un disturbo simile? Quanto è profondo il divario di identità tra una personalità e l'altra? Se ipotizzo bene, il prendere il controllo di un'identità o di un'altra è scatenato da determinate situazioni che quell'identità è preposta a risolvere e affrontare: quali sono, quindi, i segnali che ''permettono'' alle identità di ''scambiarsi'', come fai a controllare questa reazione? Adesso che sai di avere il disturbo, le tue personalità sono consce l'una dell'altra? E in ultimo: cosa intendi per ''dimensione irreale e violenta'', quando parli delle relazioni?

Mi rendo conto di averti fatto delle domande davvero personali, per cui, mi sembra superfluo specificarlo, puoi anche non rispondere a nessuna, rispondere parzialmente, ignorare il commento o mandarmi a fanculo: in ogni caso, il mio intento non è ravanare nella tua identità come un porcello nel trogolo, è solo che penso che più cose su delle particolarità delle persone, più posso accettarle nella mia normalità, e quindi avere un atteggiamento totalmente aperto, rilassato e tranquillo nei confronti di tutti, senza rischiare di urtare la sensibilità di nessuno; ma anzi, tramite l'esempio, aiutare l'integrazione di queste patologie nella concezione del quotidiano, dato che ad oggi sono ancora troppo spesso percepite come ''robe strane per menti malate'', un aggettivo di una parte malata della popolazione, mentre non sono altro che l'acuirsi di caratteristiche psicologiche comuni a tutti, e di conseguenza sono molto meno rare di quanto si creda.  

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Ciao MaryJuana!

Innanzitutto come sempre grazie per le tue risposte e per la tua attenzione ai dettagli! In secondo luogo trovo le domande più che pertinenti, il pro è sicuramente nel sentirsi porre queste domande (la maggior parte delle delle persone ha paura ad azzardarsi tanto) e il contro ovviamente sta nella "delicatezza" delle informazioni. Cercherò di rispondere un po' in modalità lista della spesa cercando di non entrare troppo in dettagli personali, vediamo se funziona.

1. Si, ho piu identità/personalità. Due per l'esattezza (almeno fino a questo momento). Sono sempre state consapevoli credo l'una dell'altra, solo che prima della diagnosi non sapevo quali risposte darmi per alcuni miei stati psichici, avvertivo l'essenza e i gap che ne derivano ma non avevo gli strumenti per identificarle in questo modo.

2. Hanno un'interconsapevolezza, non so se è il termine esatto ma ragionando per immagini (perché ci piace) è come se fossi un'isola, un pezzo di terra in mezzo all'acqua, di solito sei un unico pezzo di terra. Io è come se fossi un piccolo arcipelago formato da due isole. Hanno territori diversi, usanze e lingue diverse, ma allo stesso tempo hanno una passerella comune. A volte ci cammina una e a volte ci cammina l'altra, fortunatamente ci sono anche momenti in cui camminano insieme. In quei momenti è quasi come fossi un'isola unica e sono i momenti in cui sono "intera". La passerella è l'interconsapevolezza.

3. Come ha fatto la mia famiglia a non accorgersene? È una domanda complicata. Ho una famiglia numerosa. Questa è la risposta migliore che ti posso dare al momento. 🙃 

4. Il divario tra le due è molto ampio, anzi sono per certi versi diametralmente opposto. La mia identità di facciata, quella che ha dovuto essere funzionale per forza, è apparentemente equilibrata, cordiale, mediatrice ecc ma ha anche tutti i punti deboli, risultato dei traumi che hanno portato alla frammentazione dell'identità. Mentre l'altra è la somma di tutti i sentimenti piu violenti e rancorosi, sempre risultato degli stessi traumi o situazioni di tensione che hanno accentuato il problema negli anni. Questa è l'identità irreale, vive in una dimensione che è solamente mia ed interiore, si mostra in superficie quando scattano i momenti di allarme. Se hai un occhio attento e mi conosci bene puoi renderti conto di quando parla una e quando l'altra. E una situazione abbastanza straniante. 

5. Tutte le ultime domande si collegano al discorso precedente, è difficile parlare di gestire pragmaticamente un problema così irreale e intangibile. Non credo di essere ancora in grado di controllare la presenza di una piuttosto che dell'altra. È un continuum nell'arco del tempo, cambia da situazione a situazione, cambia per l'ambiente, tipo di relazioni, umore, a volte anche tempo meteorologico. Periodi come questo sono estremamente sensibile a cambiamenti quasi impercettibili. Difficilmente sono situazioni che riesco a prevedere o gestire a lungo termine, è una costante lotta, un adattamento continuo. Non sei mai realmente ferma o "immutabile" dentro di te.

Bene più o meno questo è tutto spero di non aver perso troppo punti, ne di aver divagato troppo, è la prima volta che mi capita di parlarne in questi termini. (Grazie)

Aspetto con piacere una tua risposta! ⭐

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Ciao! Io oggi so di avere il disturbo Bipolare, ma e' una diagnosi che mi sono fatto da solo dopo molti anni di incertezza. Io ho 62 anni e ho avuto i miei primi problemi a 17 anni. Cioe' piu' di 40 anni fa! Allora la psichiatria era piu' "rudimentale". Insomma non sapevano come definirmi. Tra le definizioni che hanno provato a darmi c'era anche "dissociato".....esaurito, confuso, crisi adolescenziale ....etc... etc... Ma io non ho mai capito bene cosa volesse dire.....adesso dai vostri scritti mi sembra molto chiaro.   Grazie....

La questione e' se sia poi cosi' importante una definizione precisa e soprattutto se e quando lo psichiatra si sente in grado di esprimersi chiaramente. Nel dubbio mi pare che gli psichiatri giochino un po' con le parole (non tutti certamente). Per mia sfortuna ho cambiato molti psichiatri e non ho avuto belle esperienze.....solo ora ho da un po' di tempo un giovane e brillante psichiatra con cui finalmente mi trovo a mio agio.

Grazie ancora e a risentirci

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Ciao, innanzitutto grazie  a te per la risposta, non credo sia facile aprirsi su un argomento così. Hai ragione, le domande erano molto delicate, ti chiedo scusa se magari ti sono sembrata indiscreta ma stavo provando ad immaginarmi come può essere vivere questa peculiarità psichica. L'immagine dell'isola in effetti ha aiutato (nessuna sorpresa ). Sai, vivo anch'io qualcosa di molto simile, anche se non posso affermare che la mia personalità sia separata: io ho il disturbo borderline, quindi ho più che altro problemi a costruirmi un'immagine stabile di me, e di conseguenza un'identità forte e coerente, e infatti sono capace di sconvolgere completamente il mio carattere e, di conseguenza parte del mio sistema di valori, in capo a pochi mesi. Quindi capisci, se basta un avvenimento traumatico (nel senso lato del termine) a produrre questi sconvolgimenti, anche una riproduzione più in piccolo di detto avvenimento traumatico (che può essere una lite o un'azione importante per me) mi costringe a rimettermi in discussione, creando come delle microinfiltrazioni. Per questo ti chiedevo se ci fossero delle situazioni trigger che ti costringono ad usare l'altra personalità, perché per me funziona così: sono solo certi argomenti/comportamenti che mi costringono ad entrare in modalità ''maniaca''. Per capirci, è come se il mio cervello volesse una cosa, la stesse perseguendo, ma mentre lo fa ci fosse un diavolo che, evocato da certi specifici segnali che interpreta ''pericolo'', mette tutto e tutti in dubbio, mi convince che quella situazione o quella persona è pericolosa, o non è del tutto come la volevo. Di conseguenza, dapprima cambio idea e mi tiro indietro, salvo poi tornare sui miei passi per essere proprio certa di essermi sbagliata, salvo poi impazzire e dare libero sfogo all'impulso, per poi interpretarlo come un ''errore'', prendermela con l'altro e fuggire, e fare qualche altra pazzia per sentirmi meno in colpa, Da quello che mi hai detto, tu hai questa personalità più violenta che di solito è totalmente imbottigliata e scatta solo nei momenti di allarme: anch'io ho un rapporto molto simile con le emozioni più conservative (la rabbia e tutto quello che ne consegue), che deriva dal fatto di aver dovuto imparare, anche io, a dissociarle dalla mia personalità, a ritenerle un inconveniente momentaneo, perché ritenute sconvenienti (ovviamente) per chi avevo di fronte. Non so se a te può essere successa la stessa cosa, ma io, in pratica, ho dovuto imparare a sentirmi in colpa se provavo questi sentimenti perché davano fastidio agli altri, impedivano loro di fare quello che volevano in generale e di me, e quindi per anni li ho usati proprio in modo da dare fastidio, quasi con dispetto. Adesso, per forza di cose, ho dovuto imparare a farmi meno nemici, e ho iniziato lavorando su quelli che considero segnali di pericolo, cercando di interpretarli come comportamenti inoffensivi, ma si è rivelato dannoso perché è comunque un autoconvincimento per reprimere la rabbia. Quindi, quello che sto cercando di fare adesso, è invece includere la rabbia, il rancore, l'indifferenza e la cattiveria come parte della mia immagine: sto cercando di includere, di renderle uno strumento mio a pieno titolo, non una sorta di appendice che può prendere il controllo. Accettandole, ne prendo consapevolezza, e posso quindi decidere come impiegare quello che vedo. Per ora è tutto molto teorico, nella pratica sono ancora una specie di bomba ad orologeria, ma questo approccio mi fa sentire molto meglio, ed è quello che sto provando ad usare nelle relazioni e in ambito professionale. Ha l'effetto di non farmi mai sentire completamente scoperta e indifesa, e anche di uniformare il mio comportamento.

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Per quanto riguarda la famiglia, la mia esperienza in merito è disastrosa: sono quasi tutti. che siano parenti vicini o meno, un branco di analfabeti funzionali che ancora considerano addirittura l'omosessualità una patologia, figurati come schifano, in modo più o meno velato e consapevole, delle vere difficoltà in quest'ambito. Quindi, io a loro del mio disturbo di personalità non ho parlato, né mi interessa farlo perché non ho nessun bisogno del loro supporto (capisci, con una famiglia così, io faccio tutto da sola praticamente da sempre); in più sarebbe inutile perché, oltre a non essere in grado di darmi una mano, dovrei probabilmente aiutarli io nelle loro difficoltà ad accettarmi, poveri cuccioli -.-'' L'unica cosa di cui ho parlato è stata la depressione, argomento che possono un attimino afferrare di più, ma non mi sono spinta più in là. Perciò, per darti un consiglio su questo posso solo pensare a quali fossero le mie difficoltà nell'approcciarmi al tuo disturbo prima che me lo spiegassi: spiega loro, molto bene, che non si tratta di arrabbiarsi, si tratta di due io che agiscono con un sistema di pensiero diverso, sono ''due persone'' diverse, che rappresentano due modi di reagire diversi. Questo dovrebbe, spero, aiutarti a scansare i soliti cliché e le incomprensioni, poi spero che la tua famiglia sia diversa dalla mia ;) poi, parlando di quello che comporti per loro, io glieli spiattellerei tutti, e giudicherei come comportarmi con loro dal modo in cui reagiscono: la malata sei tu, se reagissero lamentandosi su quanto sia difficile per loro, insinuando che avresti anche potuto evitare e che sei stata egoista perché stai male e li costringi ad occuparsene, io consiglierei di andartene e non voltarti più indietro. Non è giusto che stai male e pensi a quanto questo possa dare loro fastidio, semplicemente non è giusto.

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Grazie Liofante per la tua testimonianza e per il tuo confronto. Capisco cosa intendi quando dici che hai tuoi tempi la situazione era più rudimentale. Lo capisco perché ho consapevolezza di tutti gli strumenti che invece la mia generazione ha a disposizione per fare chiarezza su tanti aspetti di se, spesso molto difficili da decodificare in solitaria. Sono contenta che tu abbia trovato un giovane psichiatra con cui lavorare bene ! 

MaryJuana come sempre tanto da condividere! Per le domande nessun problema, nel caso ritenessi il dialogo troppo invasivo o offensivo non mi farò problemi a fartelo notare, con tutta l'educazione necessaria ovviamente. Conosco poco in realtà la natura e le implicazioni del disturbo borderline, ma tutto quello che hai descritto è praticamente condivisibile. Anche io ho degli argomenti d'allarme a cui sono sensibile che fanno scattare la personalità più violenta e anche la questione della mancanza dell'identità forte e coerente sicuramente è uno dei punti comuni. La sfumatura particolare è che la dissociazione è in sé un atteggiamento "sano" di difesa quando si presenta una forte situazione traumatica (il disturbo dissociativo dell'identità può avvenire solo nella fase della vita in cui l'identità non si è ancora formata quindi parliamo di primo periodo di vita, non so esattamente se esistano limiti definiti di età, quindi in un momento in cui non hai gli strumenti psichici o emotivi per far fronte alla situazione traumatica.) E' il modo migliore per affrontare un problema più grande delle proprie capacità.

Come dici tu gli aspetti di te legati a rabbia and co. vengono messi da parte, comprese tutte quelle emozioni che alle persone creano disagio, si attuano comportamenti auto sabotativi in momenti di allarme o appunto quando persone o situazioni che apparivano in un modo si mostrano anche solo di poco diverse da quello sembrava. E' come se nell'arco della vita (spazio tempo) ci fossero dei terreni e delle situazioni con alta o bassa percentuale di pericolo, alcuni di questi elementi fanno saltare il sistema di "stabilità" perché toccano i punti critici. Tornando poi sempre a fare lo stesso giro passando per vergogna, bisogno di sfogare le emozioni più crude, fare dispetto con piacere del farlo. Su questo vorrei specificare che tendenzialmente sono passivo aggressiva perché la mia personalità di facciata è un po' remissiva, ha dovuto imparare a rispondere alla violenza dominante con una violenza ambigua in un certo senso, non mi piace come atteggiamento perché di carattere non mi comporterei così, preferirei saper gestire la rabbia e saperla esprimere nel dovuto modo e nel giusto peso, invece è una cosa che non riesco a gestire, so che è sempre sproporzionata in risposta rispetto all'evento singolo che mi trovo ad affrontare. Il problema è che sono arrabbiata per tanti motivi diversi e fondamentali, tutti questi ritornano nella vita sotto forma di schegge dello stesso grande discorso, mi appare poi sempre enormemente sproporzionata la mia rabbia rispetto alla situazione in sé, magari quotidiana. Chiaramente con conseguente senso di colpa, perché di quello non ce n'è mai abbastanza. Una cosa che aiuta anche molto anche me è appunto prendere consapevolezza di tutto, di tutte le sfumature, di tutte le parti e di tutti i bisogni di entrambe le parti. Come dici tu si è ancora potenzialmente delle bombe a orologeria, la vita continua ad avere i suoi campi minati, le zone iper sensibili e i discorsi esplosivi, ma credo anche che il benessere di una persona in generale comprenda la dignità di essere riconosciuti a priori esattamente  per quello che si è, per la propria natura. Perché vedersi a vicenda è il primo passo per accettarsi e farsi accettare, ma questo significa anche avere tanta onestà, con se stessi e con gli altri, e anche una dose di spudorato coraggio. :) La mia strada adesso è dare più attenzione all'identità che è stata messa da parte, capire come poterle trovare uno spazio nella quotidianità, è la parte più violenta è vero, ma è anche quella che mi difende, è quella che prende in mano la situazione se si fa troppo pericolosa per la mia incolumità. Questa mia personalità, non voglio dare delle classifiche prima o seconda perché lo trovo dannoso quindi la chiamerò Interiore, è come se fosse totalmente un'altra persona da me e allo stesso tempo la reale custode di tutte le cose più vere, importanti e preziose che ho nella vita. Le due personalità non sono in conflitto tra di loro, magari una è più dura, più critica, ma non siamo mai realmente contro noi stesse, ciò che ci crea disagi, scatti d'ira, intolleranza, paura dei legami ecc è sempre qualcosa di esterno. Questo significa che almeno siamo d'accordo sulle cose importanti, ahaha questo rende le cose un po' più facili. Ad esempio quando devo prendere delle decisioni importanti sento la necessità di riflettere bene sulle questioni, più che altro perché devo realmente mettere in accordo due persone dentro di me che potrebbero pensarla diversamente, ho bisogno di far attenzione hai bisogni di entrambe. In questo modo posso anche avere una sorta di rivalsa verso tutte quelle persone che mi hanno spinta ad isolare una parte di me, ad obbligarmi a rientrare nella scatola dei "normali".

Per il resto ci sono ancora tante cose che sto scoprendo, ma non vorrei dilungarmi troppo e sono sicura che se questo è lo scambio che stiamo trovando ci potrà essere ancora occasione di confrontarsi così apertamente e onestamente su tante questioni delicate e importanti e anche violente, perché no? Cominciamo da qui a non considerare la rabbia un disagio ma un'emozione fondamentale e necessaria che va espressa esattamente come tutte le altre. 

Un abbraccio 

Frammentata , "perché two gusti is meglio che one!" :'D

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Ho visto ora il post di risposta su argomento famiglia e per prima cosa mi dispiace tu debba avere a che fare con persone per cui è realmente impossibile parlare di un problema del genere, per alcuni aspetti lo capisco perfettamente, ma la mia situazione è diversa. Sicuramente ci sarebbero delle difficoltà, più da alcune persone della famiglia che di tutto l'insieme, ma spiegare la mia malattia significa anche spiegare le situazioni di trauma che hanno fatto parte della mia infanzia e che hanno causato la dissociazione, in qualche modo non solo torna a loro il coinvolgimento con la mia malattia e tutte le difficoltà che ne possono derivare, ma ad ognuno di loro, prima o dopo che sia, arriverà la sua dose di presa di coscienza riguardo allo scaturire del disturbo più che delle conseguenze di oggi. Potrebbe essere una situazione molto difficile da gestire, soprattutto se io già devo gestire la mia che non è esattamente comune. La mia idea è di parlarne solo quando sarò abbastanza stabile e tranquilla da esprimermi al meglio, in modo da essere molto chiara sui punti fondamentali fin dall'inizio. Tanto del mio malessere di oggi e che mi porterò avanti nella vita deriva da mancanze anche loro, situazioni di tensione ecc, ma siamo anche vittime di situazioni più grandi di noi. Non condanno la mia famiglia per quello che sono, ma sicuramente ci sono delle responsabilità da dividersi. Come ti dicevo è una situazione complicata. 

Grazie per darmi la possibilità di riflettere più a fondo

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Ciao! Innanzitutto, mi è piaciuto quando hai detto ''non siamo mai realmente contro noi stesse'', perché hai ragione da vendere: ogni parte di noi (e i modi in cui esiste) è finalizzata al nostro benessere e alla nostra sopravvivenza. Ecco perché queste condizioni non sono patologie in sé, ma solo in rapporto a delle situazioni che possano generare sofferenza: in altre parole, non sei malato se sei ''diverso'' (diverso da chi, poi), sei malato se quella particolare differenza ti fa soffrire. Tuttavia, è indubbio che questi disturbi presentino degli oggettivi vantaggi di sopravvivenza: ad esempio, il disturbo borderline consiste nell'essere estremamente sensibile e percettiva, sviluppando attenzione ai dettagli, intuito e capacità di collegamento piuttosto avanzate, di cui vado molto fiera. Magari, un primo passo per includere meglio queste parti di noi è proprio esserne fiere. 

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Non poteri essere piu d'accordo. Mi piace quando dici quando il malato e solamente colui che soffre a contatto con situazioni che gli altri non percepiscono come dolorose. Non è una nostra colpa ciò che siamo, ma è sicuramente una nostra responsabilità saper gestire questo modo così "anormale" di essere. Come penso che dalla stessa responsabilità nasca la possibilità di sensibilizzare le persone a tali problemi, a saper gestire relazioni difficili, dare strumenti a chi sta scoprendo o ha a che fare da anni con tali disturbi e disagi. 

Per quanto riguarda aspetti come eumento della sensibilità, dell'intuizione, sottile attenzione ai dettagli sono tutti risvolti positivi di cui anche io per fortuna posso beneficiare. Paradossalmente nel mio caso ho sviluppato una particolare empatia e capacità di leggere il linguaggio del corpo per cui mi risulta praticamente immediato vedere la persona che ho di fronte esattamente per quello che è e non per il suo "personaggio sociale". Devo dire che è una lama a doppio taglio, soprattutto in una società in cui le persone rifiutano di accettare tante cose, soprattutto di se stesse 

Fantastica come sempre!

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