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Pazienti Depressione

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Qualcuno ha mai sentito parlare della "sindrome dell'impostore"? Non si tratta di un disturbo mentale propriamente inteso, ma di un fenomeno psicologico, spesso connesso alla depressione. E' una forma di insicurezza cronica, che interessa soprattutto le donne.

https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_dell%27impostore

Inizio della discussione - 18/08/15

Sindrome dell'impostore


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Buon consigliere

Ho letto la pagina di wikipedia che hai linkato e l'articolo del New York Times che riporta questi studi. Nell'articolo vi è scritto che questa sindrome interessa anche molto adolescenti e neo laureati. Ho avuto l'impressione che tale sindrome si  manifesti in occasione di periodi della propria esistenza di passaggio, come il diventare madre, uomo adulto e responsabile, lavoratore. Proprio questo ultimo caso mi interessa molto. A esami della magistrale finiti, mentre stavo lavorando sulla tesi, ho continuato a ripetermi: ma che so fare di straordinario con questo pezzo di carta, tanto da permettermi di trovare un lavoro? Ho completamente rifiutato di riconoscere nel conseguimento della laurea un obiettivo prestigioso, anzi ho vissuto questi momenti con così grande noia, come se tutto fosse una farsa, uno spettacolo in cui mi ritrovavo protagonista mio malgrado. Non ho provato grande gioia: ho sempre pensato che fosse per un generico pessimismo, tra l'altro giustificato dalla situazione disastrosa del nostro paese; ma adesso che ho letto l'articolo mi sento meno sicuro di questa opinione, soprattutto pensando attentamente alle similitudini tra i sintomi di questo status psicologico e i miei sentimenti pre e post laurea. Un solo pensiero incoraggiante non mi ha abbandonato: tanti miei amici si sono sentiti sguarniti e impreparati una volta entrati nel mondo del lavoro, anche loro consapevoli di non essere il massimo come futuri lavoratori. Le loro confidenze ed esperienze di vita dovrebbero essermi di insegnamento, eppure non posso non continuare a figurarmi come una persona perennemente fuori posto, costretta suo malgrado a guardare tutto da fuori, non prendendo mai una posizione nel mondo. Sai, quando non ti senti in grado di lavorare, quando pensi di essere inabile a qualsiasi forma di lavoro stimolante ed impegnativo, bhe...hai l'impressione di essere tagliato fuori da quella quieta esistenza che tutti sembrano vivere. Spero che la descrizione della mia esperienza di vita possa farti un poco più di chiarezza. 

Sindrome dell'impostore


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"Molte persone hanno la sensazione di non essere abbastanza intelligenti o esperte, soprattutto di fronte a un nuovo lavoro. Alcuni test hanno dimostrato che la sensazione, intermittente e fugace, di essere un impostore esiste nel 70% della popolazione generale. Ciò che differenzia la sindrome dell'impostore dalla comune insicurezza è che la sensazione può affievolirsi ma non sparisce mai del tutto, per quanti riconoscimenti si ottengano". S. Pinker, Il paradosso dei sessi, Torino, Einaudi, 2009, p. 264.

Penso che, in questo prospettiva, il rapporto con la depressione sia evidente: se il fenomeno è cronico e recidivante, il senso di impotenza trapassa dall'ambito lavorativo (o performativo, in genere) a ogni aspetto dell'esistenza. La paura di essere riconosciuti inadeguati sfugge al controllo, finisce per paralizzare e inibisce ogni atteggiamento attivo. In queste condizioni, è impossibile tenersi un lavoro, anzi persino trovarlo. Ma di più: è impossibile quasi respirare.

Sindrome dell'impostore


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Buon consigliere

Non posso darti tante altre informazioni a riguardo: non sono un medico, non conosco molto questa sindrome e credo che anche se fossi uno psicoterapeuta non sarei molto preparato ad affrontare il discorso, in quanto questo fenomeno è recente nella sua definizione e analisi. Posso aggiungere solo una cosa: la mia ennesima esperienza personale. Io in questo ultimo mese sto tenendo un diario emotivo, dove descrivo minuziosamente le mie ansie e le mie fobie, cercando di capire le cause e spesso trovandomi di fronte ad ansie  ampiamente ingiustificate. Ancora una volta mi risulta chiaro come l'insieme delle nostre credenze e preconcetti possano giocare un ruolo destabilizzante e sovversivo contro la nostra persona. L'unica cosa è rispondere per iscritto a queste ansie, razionalizzandole. Per farlo si deve uscire dalla propria persona e mettersi nei panni di qualcun'altro. Per quanto questa "interpretazione attoriale" sia bizzarra e strana, vi è una ragione per provare: la depressione, come qualsiasi altro stato di disordine psicologico, è attaccamento morboso a se stessi (Recalcati). Sii attrice e interpreta qualcun'altro; ti renderai conto di quanto la tua sindrome sia priva di senso, assolutamente non supportata da prova alcuna. Tutti ci sentiamo inadeguati, e spesso lo siamo per davvero, ma molti fanno finta di niente, soprassedendo per arroganza o per ignoranza. Dovremo essere un po' tutti in questo sito più arroganti nei nostri comportamenti. Qualcosa possiamo sempre apportare, divenendo utili agli altri. 

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Il diario può funzionare per l'ansia, in una prospettiva comportamentista. Non penso funzioni per la depressione. Tu sei in cura da qualcuno o sei una sorta di bricoleur della psicologia? 

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Buon consigliere

Sono in cura. E sono un dilettante allo sbaraglio! Leggo il più possibile libri che spesso e volentieri sono consigliati dagli stessi psicologi o semplicemente scrivo ciò che penso. La mia condizione è presente in me da sempre. La conosco e credo anche di conoscermi abbastanza bene. In questi ultimi mesi mi sono rimboccato le maniche e ho iniziato a darmi da fare per cercare di avere un maggiore equilibrio, anche perché sto vivendo molti cambiamenti e questi mi stanno aiutando a fare quello che sto facendo. O forse mi obbligano a fare quello che sto facendo. 

Alcune volte mi permetto di riportare estratti di libri che ho letto e discusso successivamente con lo psicologo. Sono sempre esperienze personali che, ci tengo a dirti, racconto perché mi fa stare bene: non ho la pretesta di dare consigli o di curare. Per questo posso dirti che la scrittura è una forma di comunicazione molto ragionata e paziente che ho sempre stimato poco, soprattutto per scopi "psicologici". Ho provato più volte a tenere un diario emotivo, anche perché più volte mi è stato consigliato da diversi psicologi e psichiatri, oltre che da diversi libri; ma non ci sono mai riuscito. Iniziavo ma dopo poco desistevo. Mi chiedevo:" a che pro scrivere quando so che problemi ho? Scrivere mi dovrebbe aiutare a fare cosa?" Ora inizio a capire che avevano ragione i professionisti a cui mi ero rivolto e mi rivolgo: scrivere è molto utile. Non è miracoloso e non credo che sia una medicina infallibile, ma ha i suoi innegabili pro, sia per l'ansia sia per la depressione. Entrambi i fenomeni psicologici sono in relazione con la nostra percezione di tempo: la depressione con i pensieri del passato, l'ansia con l'immaginazione del futuro. Sono la medesima speculazione intellettuale, ma che non ha molto di intellettuale: è più una speculazione immaginifica, spesso influenzata dall'emotività del momento e dalla stratificazione delle nostre credenze. Oltre a scrivere molto in questo sito, leggo molto i commenti di tutti voi: Paura, Odio, Amarezza, credere in Dio, Speranza, Scarsa Stima; sono le parole e le espressioni più ripetute. Tutte queste hanno attinenza con l'emotività dell'oggi e le credenze che ci portiamo appresso. E inizio a credere che molte di queste siano le cause di ciò che ci affligge, o almeno sto cercando ora come ora di capire se effettivamente lo siano. Scrivere è un ottimo strumento per scoprire paure e credenze bugiarde e capire quanto queste siano demistificatori, causando depressione ed ansie.

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A proposito delle credenze bugiarde, che ne pensi del peso della dissonanza cognitiva nei disturbi che ci affliggono?

Sindrome dell'impostore


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Buon consigliere

In questi ultimi mesi ho cercato molto lavoro, ma con scarsi risultati. I risultati non sono arrivati sia per la crisi, sia per la mia vigliaccheria a presentarmi a colloqui. Mi dicevo:" ho altro da fare che perdere tempo tra assessment e interview, e poi tra poco vado in Irlanda", oppure "sicuramente non mi prendono", ma la mia preferita era "è un lavoro orribile, meglio il mio". Eppure desidero tanto trovare un lavoro soddisfacente e pieno di gratificazioni professionali, come tutti d'altronde, ma poi mi ritiro, spaventato dalla mia inettitudine. Credo che sia un esempio di dissonanza cognitiva: una mancanza di stima, perché mi colpevolizzo, rendendomi unico artefice delle mie disfatte e unico responsabile, ma la consapevolezza che tutto questo sia falso. Oggi sono riuscito a vincere questa contraddizione acquietando le mie opposizioni emotive: mi sono presentato al colloquio, mi sono fatto avanti senza paura. Per farlo ho evitato accuratamente di speculare su come sarebbe stato il colloquio: ogni volta che una fantasia faceva capolino, cercavo di orientare il mio pensiero verso altro. Con la scrittura inoltre ho elencato tutti i pro che dovrebbero esserci nell'assumermi, ho razionalizzato i possibili eventi, cercando di farmi capire che se il colloquio fosse andato male, il fallimento non avrebbe dovuto pesarmi troppo sulla coscienza. Se una azienda mi ha selezionato, leggendo il mio curriculum vitae, sa benissimo a cosa va incontro. Se questo non è chiaro, allora la responsabilità è loro. Mi sono scritto e ripetuto queste frasi più volte, liberandomi dell'ansia, della paura ingiustificata, dell'idea stupida che io sia inadeguato per tutti i lavori. Oggi ho vinto io, portando i miei pensieri e le mie opinioni ad un maggiore grado di coerenza. Pesa molto la dissonanza cognitiva, almeno io direi di si. 

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Buon consigliere

E tu che bugie vivi? A quali menzogne credi?

Sindrome dell'impostore


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Soffro di complessi abbandonici. La sindrome dell'impostore spiega come io riesca sempre a giustificare il rifiuto da parte dell'altro, nella vita professionale e in quella privata. Passo il tempo a trovarmi inadatta, in modo da poter assolvere gli altri per aver messo in pratica dinamiche di evitamento. Il vissuto fallimentare raddoppia, i tempi di risoluzione del lutto triplicano. E' un circolo vizioso: non riesco a uscirne. 

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